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martedì 28 aprile 2026

Siamo sicuri che i numeri considerati includano i Postali in servizio?

Le regole per la decorrenza dei tempi di pagamento del TFS ai pubblici dipendenti sono aplicate anche ai Postali relativamente alla Buonuscita (TFS) maturata dall'assunzione fino al 28/02/1998. 

I Postali stanno a questo tavolo?

Tfr-Tfs statali subito, le 2 date fondamentali in cui davvero potrebbe cambiare tutto


di Francesco Megna pubblicato il 27/04/2026 alle 11:01 

Il pagamento di Tfr e Tfs per i dipendenti statali potrebbe subire svolte decisive: tra attese, regole attuali e possibili riforme, tutto ruota attorno alle nuove scadenze e al ruolo centrale del 14 gennaio 2027. 

Due date sono all'orizzonte e potrebbero cambiare la storia dei pagamenti per chi ha lavorato una vita nel pubblico impiego: la Manovra di fine anno 2026 e la tanto attesa udienza della Corte costituzionale fissata per il 14 gennaio 2027. Per decine di migliaia di lavoratori pubblici, la liquidazione differita del trattamento di fine servizio (TFS) e del trattamento di fine rapporto (TFR) rappresenta un nervo scoperto: una somma già maturata, ma spesso fruita dopo lunghi anni di attesa. Oggi, il quadro normativo non solo amplifica la frustrazione di chi si trova a fare i conti con tempi dilazionati e rateizzazioni, ma rischia anche di subire una svolta storica a seguito delle continue pressioni della Consulta.

Il contesto è segnato da attese lunghissime e, in molti casi, da meccanismi fiscali penalizzanti che si sono stratificati nel tempo. Tuttavia, il clima sta cambiando: i recenti pronunciamenti della Corte costituzionale, culminati nell’ordinanza n. 25 del 2026, hanno sollevato interrogativi giuridici di peso e lanciato un vero e proprio avvertimento al legislatore. Se la situazione non sarà corretta entro la metà di gennaio 2027, si rischia la dichiarazione di incostituzionalità delle norme vigenti.

A rendere la situazione ancora più urgente, il fatto che i cambiamenti finora attuati (riduzione da dodici a nove mesi dell’attesa solo per alcuni casi ben specifici) siano stati considerati «insufficienti» dalla stessa Consulta. «Il tempo dei rinvii sta finendo», si legge nei documenti ufficiali: questa tensione si riflette anche tra i lavoratori coinvolti, le associazioni di categoria e gli stessi esperti fiscali.

L’equilibrio tra la necessità di sostenere i conti pubblici e il rispetto dei principi costituzionali sul lavoro non è mai stato così precario. Prepararsi ai possibili scenari delle prossime settimane e mesi significa essere consapevoli dei fatti reali, comprendere le nuove regole in arrivo e monitorare ogni sviluppo: la posta in gioco riguarda il diritto del lavoratore pubblico a ricevere ciò che gli spetta in tempi certi e in misura giusta.

Le attese del Tfr/Tfs per gli statali: attuali modalità, novità e impatti concreti

Attualmente, la liquidazione delle indennità di fine rapporto e di fine servizio per i dipendenti pubblici segue un percorso articolato: differimento e rateizzazione sono elementi strutturali della disciplina. La durata dell’attesa varia in base alla causa di cessazione dal servizio e all’ammontare della somma da erogare:

  • Dimissioni volontarie o casi non previsti dalla legge: la liquidazione arriva dopo 24 mesi dalla cessazione.
  • Scadenza contratto a tempo determinato: sono previsti 12 mesi di attesa.
  • Pensione d’ufficio per limiti di età o anzianità di servizio: prima della Manovra 2026, erano necessari almeno 12 mesi di differimento; dal 2027 si ridurranno a 9 mesi per chi matura i requisiti dopo il 1° gennaio.

Rateizzazione: la liquidazione non sempre avviene in un’unica soluzione. L’attuale disciplina prevede che:

  • Fino a 50.000 euro: pagamento in una rata unica.
  • Tra 50.000 e 100.000 euro: due tranche annuali, la prima subito dopo il differimento, la seconda dodici mesi dopo.
  • Oltre i 100.000 euro: tre quote annuali, ciascuna di massimo 50.000 euro.

L'attuazione di queste regole è avvenuta, di fatto, per esigenze di finanza pubblica sin dalla crisi dello spread del 2011, trasformando un regime emergenziale in uno strutturale. La Consulta non ha mai nascosto le proprie perplessità di fronte a questa prassi, in quanto crea una distanza tra il diritto sostanziale maturato dal lavoratore e la reale disponibilità delle somme.

Detassazione e penalizzazioni fiscali sono altri aspetti che incidono sulla percezione di equità del sistema:

  • Dal 2019, era stata introdotta una riduzione dell’imponibile Irpef pari a 1,5% oltre i 12 mesi di attesa, 3% dopo 24 mesi, fino ad arrivare al 7,5% nei casi di erogazioni posticipate di 5 anni.
  • Con l’anticipo del pagamento a 9 mesi (che scatterà dal 2027 soltanto per nuove pensioni), molti lavoratori perderanno il diritto a questa detassazione, comportando una perdita economica stimata fino a 750 euro circa: un errore di valutazione che penalizza soprattutto chi lascia il pubblico impiego per limiti di età.
  • I trattamenti di fine servizio e di fine rapporto degli statali non vengono rivalutati, il che comporta una perdita reale di valore dovuta all’inflazione sul periodo d’attesa.

Non meno rilevante è il caso degli invalidi, inabili o inidonei al lavoro, per cui la legge riconosce tempi più rapidi (tre mesi dalla cessazione). Tuttavia, la platea degli aventi diritto resta numericamente ristretta e non risolve la questione su larga scala.

Dati chiave aggiornati:

Beneficiari diretti riduzione tempi (2027)

30.122

Maggior gettito stimato (in € milioni)

22,6

Perdita economica media annua per il lavoratore

Fino a 750

Tempistiche rateizzate

1-3 anni oltre il differimento

Alla luce di questi elementi, l’incertezza e la percezione d’ingiustizia restano altissime tra i lavoratori della Pubblica Amministrazione. Le lettere inviate alle associazioni di categoria, così come le testimonianze raccolte sui principali portali di settore, fanno emergere una crescente sfiducia rispetto all’affidabilità della normativa vigente e alle chances di una riforma realmente incisiva. «Una partita che riguarda migliaia di lavoratori pubblici»: la liquidazione non è una semplice indennità, ma uno strumento per avviare una nuova fase della vita, spesso per saldare debiti o sostenere spese familiari rilevanti.

L’unico orizzonte di superamento reale del pagamento differito e rateizzato sembra, dunque, legato alle decisioni del legislatore nei prossimi mesi e all’inevitabile giudizio della Corte costituzionale del 2027.

Il 14 gennaio 2027 e la Manovra di fine anno: cosa potrebbe davvero cambiare per la liquidazione e gli scenari futuri

Il prossimo 14 gennaio rappresenta una data chiave: la Corte costituzionale ha convocato nuovamente le parti per valutare la legittimità delle norme che regolano il pagamento dilazionato delle indennità di fine servizio per i dipendenti pubblici. Se entro quella data il Parlamento non avrà varato una disciplina adeguata, la Consulta potrebbe dichiarare incostituzionali le regole attuali, con effetti potenzialmente dirompenti sia per lo Stato sia per gli stessi lavoratori.

Analisi degli scenari previsi:

  • Mancata riforma nei tempi previsti: la dichiarazione immediata di incostituzionalità comporterebbe la possibilità per decine di migliaia di lavoratori di esigere subito le cifre maturate, anche retroattivamente; ciò creerebbe un impatto molto significativo sui flussi di cassa pubblici e su molte amministrazioni centrali e periferiche.
  • Riforma graduale e concordata: la Corte ha chiesto al Parlamento una strategia di superamento progressivo e programmato dei differimenti e delle rateizzazioni; tale piano dovrebbe prevedere criteri, coperture e scadenze, non semplici ritocchi simbolici.

La Corte costituzionale basa le proprie osservazioni sull’art. 36 della Costituzione, che tutela non solo la proporzionalità della retribuzione, ma anche la tempestività con cui viene corrisposta. Procrastinare i pagamenti, senza adeguata compensazione e senza giustificazioni stringenti e limitate nel tempo, mina il rapporto di fiducia tra datore di lavoro pubblico e lavoratore. Le sentenze precedenti e l’ordinanza del 2026 ribadiscono con forza che serve una riforma strutturale.

Le possibili decisioni della Corte:

  • Dichiarazione di incostituzionalità con effetti immediati su tutto il pregresso;
  • Dichiarazione con effetti solo per il futuro;
  • Rinvio con invito al legislatore a colmare la lacuna normativa con una finestra di pochi mesi ancora;

Le conseguenze di una dichiarazione troppo netta potrebbero mettere a rischio la stabilità finanziaria dello Stato, ma l’alternativa, continuare con i rinvii, appare sempre meno sostenibile sia sotto il profilo giuridico che sotto quello sociale e politico.

Un aspetto chiave rimasto irrisolto riguarda poi la platea degli esclusi dalle recenti modifiche: disoccupati volontari, chi cessa per altre causali e chi va in pensione anticipata dovranno continuare ad attendere fino a 24 mesi per ricevere la liquidazione, a conferma del carattere parziale delle soluzioni adottate sino ad oggi.

Cosa può cambiare concretamente?

  • Introduzione di un termine massimo (probabilmente inferiore ai nove mesi attuali) valido per tutte le tipologie di cessazione;
  • Superamento graduale o immediato del meccanismo delle rate plasmando un nuovo calendario di pagamenti;
  • Reintroduzione di strumenti di rivalutazione monetaria, almeno per coprire parte del danno da inflazione;
  • Possibile semplificazione e riequilibrio delle regole tra pubblico e privato;
  • Estensione dei benefici a platee oggi escluse.

Nel valutare quali decisioni adottare, il Parlamento dovrà tenere conto sia delle esigenze di sostenibilità delle finanze statali sia dell’urgenza di ristabilire equità e legalità nella tutela dei diritti del personale pubblico. Ogni intervento “tampone” sarebbe destinato a essere superato dall’impatto delle sentenze della Consulta, con l’ulteriore aggravante di dover correre ai ripari ex post.

Per evitare scelte improvvisate o peggio ancora, nuovi contenziosi, gli addetti ai lavori suggeriscono alcuni passaggi chiave per chi sta per andare in pensione nei prossimi mesi:

  • Verificare le tempistiche attuali presso l’INPS o l’ente di gestione;
  • Richiedere anticipatamente la documentazione necessaria per avviare la pratica appena raggiunti i requisiti;
  • Valutare con attenzione l’impatto fiscale, considerando la possibile perdita della detassazione Irpef per chi accederà al nuovo schema a 9 mesi;
  • Avere cura di monitorare le circolari INPS e le novità normative, in quanto possibili aggiornamenti potrebbero intervenire anche all’ultimo momento.

La tensione sul Tfs/Tfr degli statali non è mai stata così alta:

  • Decine di migliaia di lavoratori coinvolti in attesa di una soluzione che, questa volta, il legislatore è chiamato ad affrontare con serietà;
  • Una Corte costituzionale determinata a garantire effettività e tempestività dei diritti retributivi;
  • Un sistema pubblico che, per riconquistare affidabilità e autorevolezza, deve finalmente abbandonare logiche emergenziali.

La prospettiva è quella di un 2027 che potrebbe finalmente riconciliare il diritto maturato in anni di servizio con il diritto a riceverlo tempestivamente, una svolta che, se confermata, inciderebbe sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni e sulla dignità del lavoro pubblico. 

giovedì 16 aprile 2026

Habemus diem!

Finalmente, lo Studio legale cui abbiamo conferito patrocinio ci ha comunicato che la Corte di Cassazione prenderà in esame il nostro ricorso il giorno 9 giugno 2026 alle h. 10:00. 
Dopo di che, occorrerà almeno un altro mese prima che venga pronunciata la relativa sentenza.

venerdì 6 marzo 2026

Corte Costituzionale: Garantire il pagamento tempestivo del TFS

La Corte Costituzionale interviene nuovamente sul differimento nell'erogazione del TFS dei Pubblici dipendenti. Con la pronuncia n. 25 del 5 marzo 2026, la Corte Costituzionale  ha sollevato un’importante questione riguardante il Trattamento di Fine Servizio (TFS) per i dipendenti pubblici. La Corte ha evidenziato la necessità di rimuovere gradualmente il differimento e la rateizzazione del TFS, sottolineando che tali pratiche violano l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione proporzionata e tempestiva. Si evidanzia l’urgenza di un intervento legislativo per garantire il pagamento tempestivo del TFSHa quindi concesso un termine di un anno al legislatore per programmare la rimozione definitiva di queste misure, fissando la scadenza al 14 gennaio 2027.
Questa pronuncia riguarda anche i Postali ancora attivi anch'essi assimilati ai dipendenti della Pubblica Amministrazione perché la norma applicata fa decorrere i tempi di erogazione della Buonuscita-TFS come per i dipendenti della P.A.

Inoltre potrebbe essere un punto a cui riferirsi nell'evidenziare come il nostro TFS (Buonuscita) - importo maturato il 28/02/1998  sia erogato a distanza di anni senza alcuna forma di rivalutazione e interessi. 

(Leggi)


 

lunedì 23 febbraio 2026

La Corte Costituzionale si pronuncerà su TFS (Buonuscita)

L'incredibile vicenda della mancata rivalutazione del TFS (Buonuscita) interessa anche i Postali.

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Il punto della situazione relativamente ai Pubblici dipendenti. 
Dalle dimissioni decorre un periodo più o meno lungo - differimento fino a 7 anni - prima della liquidazione del dovuto e questa erogazione avviene senza rivalutazione ed interessi.
I Postali sono stati Pubblici dipendenti fino al 28/02/1998. Il TFS (Buonuscita) maturato a quella data viene liquidato secondo la tempistica  prevista per i Pubblici dipendenti, ma i tempi di decorrenza vengono calcolati a partire dalla cessazione del rapporto di lavoro con Poste Spa. Un'anomalia che ad oggi ha più che dimezzato il potere d'acquisto e riceverà come importo la stessa cifra dal 28/02/1998, senza rivalutazioni ed interessi. 
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LA SURREALE TESI L’istituto di previdenza ha spiegato davanti alla Consulta che il Tfs non va pagato in un’unica soluzione: così i pensionati spenderebbero troppo e male i propri soldi 

»Marco Carlomagno* Segretario generale della Flp

Lunedì 23 Febbraio 2026 - p. 12

Martedì scorso, nell’aula della Corte Costituzionale, è andato in scena uno spettacolo a tratti surreale. Oggetto del contendere: il differimento fino a 7 anni e la rateizzazione in tre tranche del Tfs, il Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici. La disciplina vigente, fondata sul Dl n.79/1997 (differimento) e sul Dl n.78/2010 (rateizzazione), prevede che chi va in pensione nel pubblico impiego possa attendere fino a 7 anni per ricevere quanto gli spetta e per di più in più rate annuali, senza interessi né rivalutazione. Una pratica che diversi Tar – da Marche a Lazio, passando per il Friuli-Venezia Giulia – hanno ritenuto sospetta di incostituzionalità, tanto da rimettere la questione alla Consulta, per violazione degli articoli 36 e 117 della Costituzione e dell’articolo 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Consulta aveva già affrontato la materia con le sentenze n. 159 del 2019 e n.130 del 2023. In entrambi i casi i giudici costituzionali avevano definito il differimento come una misura non più giustificabile, anche per la disparità tra settore pubblico e privato. La Corte aveva evitato di dichiarare l’incostituzionalità per non creare un vuoto normativo, lanciando un monito al legislatore affinché intervenisse con urgenza.

FIN QUI, CRONACA ordinaria di una battaglia che si trascina da anni, nonostante due sentenze della stessa Corte abbiano già bacchettato il legislatore per questa anomalia tutta italiana. Ma quello che è emerso dall’udienza pubblica del 10 febbraio ha dell’incredibile. Gli avvocati dell’Inps, nel tentativo di difendere lo status quo, hanno avanzato un argomento che farebbe sorridere se non fosse tragico: eliminare differimento e rateizzazione significherebbe consegnare “cifre enormi” ai neo pensionati in un’unica soluzione, spingendoli a spendere di più e a non gestire correttamente la propria liquidazione. A sostegno di questa tesi, hanno citato studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria che evidenzierebbero “l’irrazionalità umana nelle scelte di spesa” quando si ricevono grosse somme tutte insieme. Traducendo dal burocratese: secondo l’Inps, i lavoratori pubblici che hanno dedicato una vita al servizio dello Stato sarebbero fondamentalmente degli sprovveduti, incapaci di amministrare i propri risparmi. Meglio che lo Stato faccia da tutore, trattenendo per anni quello che è un loro sacrosanto diritto. Una posizione paternalistica che offende l’intelligenza e la dignità delle persone. Ma c’è di più. I legali dell’Istituto previdenziale hanno agitato lo spettro dei costi insostenibili: 4,2 miliardi se si eliminasse il differimento della prima rata, 11,6 miliardi senza la rateizzazione, fino ad arrivare a 15,6 se si cancellassero entrambi i meccanismi. Numeri che, come ha fatto notare la difesa dei ricorrenti, stonano parecchio con i calcoli della Ragioneria generale dello Stato, secondo i quali la riduzione di soli tre mesi della prima rata introdotta dall’ultima manovra costerà 22 milioni in tre mesi, quindi 88 milioni annui. Una differenza che solleva più di un dubbio sulla serietà delle proiezioni Inps.

COME SE NON BASTASSE, la difesa dell’Istituto ha prospettato soluzioni alternative che sanno tanto di presa in giro: dare tempo al legislatore per intervenire, una pronuncia della Corte che si limiti a dettare principi generali, oppure disporre il pagamento di interessi e rivalutazione solo dopo la prima rata, rinviando comunque la decisione finale. Percorsi che ai diretti interessati appaiono del tutto impraticabili e che sembrano più che altro tattiche dilatorie. La giudice relatrice Maria Rosaria San Giorgio ha riassunto con precisione i termini della questione: i Tar contestano il differimento e la rateizzazione del Tfs quando non sono accompagnati dalla rivalutazione delle somme via via erogate al dipendente cessato dal servizio. Un’istanza di buonsenso, verrebbe da dire. Se mi costringi ad aspettare anni per avere i miei soldi, almeno proteggine il valore dall’inflazione. La videoregistrazione dell’udienza, disponibile sul sito della Consulta, vale la visione. Non capita spesso di assistere a difese così platealmente deboli di fronte alla massima istanza giudiziaria del Paese. E non capita spesso che un ente pubblico si presenti con argomenti che, francamente, imbarazzano chi rappresenta. Ora la palla passa ai giudici costituzionali. Entro 15 giorni dovrebbe arrivare la sentenza. L’auspicio – e la speranza – è che la Corte metta fine a questa che molti non esitano a definire una “vergogna”. Che si affermi, una volta per tutte, un principio elementare: chi ha lavorato ha diritto a ricevere quanto gli spetta, quando gli spetta, senza paternalismi e senza mendicare ciò che già gli appartiene. Quando un’istituzione pubblica di questo calibro arriva a sostenere che i cittadini non sono abbastanza maturi per gestire i propri soldi, forse è il caso di interrogarsi su quale idea di Stato e di rapporto con i cittadini stiamo costruendo. O, meglio, demolendo.

Leggi anche su FLP; SIM Carabinieri 

lunedì 22 dicembre 2025

«Tecnicamente respinto»

L'emendamento alla legge di bilancio riguardante la Buonuscita dei Postali "congelata" (mai rivalutata) dal 28/02/1998, non è stato discusso né votato dalla Commissione V del Senato. 
La Legge di Bilancio per il 2026 è stata "bollinata" (formalmente approvata dalla Ragioneria Generale dello Stato) in ottobre. Gli emendamenti sono stati presentati entro il 14 novembre. 

Abbiamo seguito giorno per giorno l'iter delle discussione. Sapete dei contenuti annunciati mediaticamente e pure delle sorprendenti modifiche introdotte con super emendamenti.

Dopo oltre un mese L'esito è questo: come tanti altri, anche nostro emendamento non ha avuto "l'onore" di essere discusso e votato in commissione.

Nell'ultimo verbale della Commissione (che riportiamo qui) è scritto«...gli emendamenti non espressamente posti in votazione o non ritenuti assorbiti, preclusi o decaduti si intendono ritirati, se di maggioranza, o tecnicamente respinti, se di opposizione».

Nessuna motivazione di merito.   

Restano senza risposta anche le 3 interrogazioni presentate e pure la richiesta di incontro con il sottosegretario Durigon inviata il 13/12/2023 e più volte sollecitata e reiterata.

Continueremo.





lunedì 17 novembre 2025

Legge di bilancio 2026. Un emendamento sulla Buonuscita.

Tra i 5.742 emendamenti alla legge di bilancio c'è anche quello che riguarda la buonuscita dei postali presentato dal Movimento 5 Stelle, Sen. Orfeo Mazzella ed altri.



domenica 26 ottobre 2025

TFS e Legge di Bilancio. Promesse disattese

Nel testo presentato al Senato la promessa più volte ribadita dal Governo di ridurre i tempi di attesa del Trattamento di Fine Servizio come da sentenze della Corte Costituzionale restano disattese.


Quelli del bicchiere mezzo pieno diranno che 3 mesi in meno è sempre meglio di niente e gli imbonitori lo ripeteranno a pappagallo.
Peccato che il resto della norma rimanga tale e quale ed i tempi di attesa della pensione posano essere ancora superiori ai 5 anni e che l'età pensionabile (oggi di 67 anni) dal primo gennaio sarà aumentata di altri 3 mesi. Infatti non si parla della tanto promessa sterilizzazione degli aumenti previsti per l'aumento dell'età pensionabile (aspettativa di vita).

Il testo della LDB 2026 appena giunto al Senato è emendabile.  
Chi se ne incaricherà? E come? 


venerdì 24 ottobre 2025

TFS IN LEGGE DI BILANCIO

Abbiamo atteso qualche giorno dalle anticipazioni circolate sul TFS nella Legge di bilancio per il 2026.

La sbandierata decisione di pagare il TFS (Buonuscita) entro 3 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro ci pareva una stonatura. Non perché sia impossibile, tutt’altro, ma perché sembrava essere contro corrente.

Abbiamo fatto bene.

Leggeremo quanto sarà effettivamente scritto quando il testo definitivo giungerà al Senato. Per ora circolano le cosiddette “precisazioni” come si legge in un articolo di BusinessOnline

 Uno degli interventi principali della Manovra 2026 riguarda il processo di liquidazione delle indennità di fine rapporto per i lavoratori del comparto pubblico. Il nuovo testo dispone che, dal 2027, il pagamento della prima rata del TFS/TFR venga effettuato entro nove mesi dalla cessazione del servizio invece che nei dodici mesi precedentemente previsti. Le modifiche previste sono dunque le seguenti:

  • Riduzione dei tempi minimi di attesa per la prima rata da 12 a 9 mesi
  • Manutenzione delle dilazioni rateali per importi elevati, con scadenze estese anche oltre i due anni
  • Anticipazione delle attese anche per il TFS, storicamente afflitto da lunghi tempi di erogazione.

Dalla proposta iniziale al testo definitivo: il peggioramento delle condizioni per i dipendenti pubblici

Durante la fase iniziale di elaborazione della Manovra, erano state ipotizzate soluzioni maggiormente favorevoli per il personale statale in uscita. In particolare, si era discusso della possibilità di ricevere anticipatamente una prima quota della liquidazione fino a 50.000 euro entro tre mesi dal pensionamento. Tuttavia, questa proposta non è stata inclusa nella versione definitiva della legge, per cui:

  • L’anticipo significativo della liquidazione resta escluso: solo una moderata riduzione dei tempi
  • Dipendenti pubblici ancora assoggettati a una tempistica rateale per la quota eccedente
  • Nessun reale adeguamento delle condizioni rispetto al settore privato

Il peggioramento percepito deriva dal confronto con le promesse iniziali e l’assenza di una piena estensione delle agevolazioni ipotizzate.

Conseguenze per i lavoratori statali: potere d’acquisto, aspettative e reazioni sindacali

L’applicazione della nuova normativa incide direttamente sulle risorse che i neo-pensionati del pubblico impiego possono effettivamente pianificare e utilizzare dopo la cessazione del servizio. L’attesa di nove mesi, seppure ridotta rispetto al passato, continua a determinare incertezza e talvolta disagio, specialmente per chi faceva affidamento su una liquidità più immediata e per importi consistenti perché implica:

  • Erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione e al differimento delle somme attese
  • Impatto sulle scelte di spesa e investimento dei pensionandi
  • Frustrazione per il mancato rispetto delle aspettative generate durante la discussione della riforma

Le principali sigle sindacali hanno espresso forte disappunto: li mancato anticipo del pagamento del TFS/TFR, come annunciato, e la persistenza di lunghe attese sono viste come fattori di arretramento per la competitività e l’attrattività delle carriere nella pubblica amministrazione. Rispetto al settore privato, la pubblica amministrazione viene ulteriormente penalizzata dalla permanenza di un sistema meno favorevole sul piano della gestione del fine rapporto.

(Fonte)