L'incredibile vicenda della mancata rivalutazione del TFS (Buonuscita) interessa anche i Postali.
LA SURREALE TESI L’istituto di previdenza ha spiegato davanti alla Consulta che il Tfs non va pagato in un’unica soluzione: così i pensionati spenderebbero troppo e male i propri soldi
»Marco
Carlomagno* Segretario generale della Flp
| Lunedì 23 Febbraio 2026 - p. 12 |
Martedì
scorso, nell’aula della Corte Costituzionale, è andato in scena uno spettacolo
a tratti surreale. Oggetto del contendere: il differimento fino a 7 anni e la
rateizzazione in tre tranche del Tfs, il Trattamento di fine servizio dei dipendenti
pubblici. La disciplina vigente, fondata sul Dl n.79/1997 (differimento) e sul Dl
n.78/2010 (rateizzazione), prevede che chi va in pensione nel pubblico impiego
possa attendere fino a 7 anni per ricevere quanto gli spetta e per di più in
più rate annuali, senza interessi né rivalutazione. Una pratica che diversi Tar
– da Marche a Lazio, passando per il Friuli-Venezia Giulia – hanno ritenuto
sospetta di incostituzionalità, tanto da rimettere la questione alla Consulta,
per violazione degli articoli 36 e 117 della Costituzione e dell’articolo 1
della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Consulta aveva già
affrontato la materia con le sentenze n. 159 del 2019 e n.130 del 2023. In entrambi
i casi i giudici costituzionali avevano definito il differimento come una misura
non più giustificabile, anche per la disparità tra settore pubblico e privato.
La Corte aveva evitato di dichiarare l’incostituzionalità per non creare un
vuoto normativo, lanciando un
monito al legislatore affinché intervenisse con urgenza.
FIN
QUI, CRONACA ordinaria di una battaglia che si trascina da anni, nonostante due
sentenze della stessa Corte abbiano già bacchettato il legislatore per questa
anomalia tutta italiana. Ma quello che è emerso dall’udienza pubblica del 10
febbraio ha dell’incredibile. Gli avvocati dell’Inps, nel tentativo di
difendere lo status quo, hanno avanzato un argomento che farebbe
sorridere se non fosse tragico: eliminare differimento e rateizzazione
significherebbe consegnare “cifre enormi” ai neo pensionati in un’unica
soluzione, spingendoli a spendere di più e a non gestire correttamente la
propria liquidazione. A sostegno di questa tesi, hanno citato studi di economia
comportamentale e psicologia finanziaria che evidenzierebbero “l’irrazionalità
umana nelle scelte di spesa” quando si ricevono grosse somme tutte insieme.
Traducendo dal burocratese: secondo l’Inps, i lavoratori pubblici che hanno
dedicato una vita al servizio dello Stato sarebbero fondamentalmente degli
sprovveduti, incapaci di amministrare i propri risparmi. Meglio che lo Stato faccia
da tutore, trattenendo per anni quello che è un loro sacrosanto diritto. Una
posizione paternalistica che offende l’intelligenza e la dignità delle persone.
Ma c’è di più. I legali dell’Istituto previdenziale hanno agitato lo spettro
dei costi insostenibili: 4,2 miliardi se si eliminasse il differimento della prima
rata, 11,6 miliardi senza la rateizzazione, fino ad arrivare a 15,6 se si
cancellassero entrambi i meccanismi. Numeri che, come ha fatto notare la difesa
dei ricorrenti, stonano parecchio con i calcoli della Ragioneria generale dello
Stato, secondo i quali la riduzione di soli tre mesi della prima rata introdotta
dall’ultima manovra costerà 22 milioni in tre mesi, quindi 88 milioni annui.
Una differenza che solleva più di un dubbio sulla serietà delle proiezioni
Inps.
COME
SE NON BASTASSE, la difesa dell’Istituto ha prospettato soluzioni alternative che
sanno tanto di presa in giro: dare tempo al legislatore per intervenire, una
pronuncia della Corte che si limiti a dettare principi generali, oppure disporre
il pagamento di interessi e rivalutazione solo dopo la prima rata, rinviando
comunque la decisione finale. Percorsi che ai diretti interessati appaiono del
tutto impraticabili e che sembrano più che altro tattiche dilatorie. La giudice
relatrice Maria Rosaria San Giorgio ha riassunto con precisione i termini della
questione: i Tar contestano il differimento e la rateizzazione del Tfs quando
non sono accompagnati dalla rivalutazione delle somme via via erogate al dipendente
cessato dal servizio. Un’istanza di buonsenso, verrebbe da dire. Se mi
costringi ad aspettare anni per avere i miei soldi, almeno proteggine il valore
dall’inflazione. La videoregistrazione dell’udienza, disponibile sul sito della
Consulta, vale la visione. Non capita spesso di assistere a difese così
platealmente deboli di fronte alla massima istanza giudiziaria del Paese. E non
capita spesso che un ente pubblico si presenti con argomenti che, francamente,
imbarazzano chi rappresenta. Ora la palla passa ai giudici costituzionali. Entro 15 giorni dovrebbe arrivare la
sentenza. L’auspicio – e la speranza – è che la Corte metta fine a questa
che molti non esitano a definire una “vergogna”. Che si affermi, una volta per
tutte, un principio elementare: chi ha lavorato ha diritto a ricevere quanto
gli spetta, quando gli spetta, senza paternalismi e senza mendicare ciò che già
gli appartiene. Quando un’istituzione pubblica di questo calibro arriva a
sostenere che i cittadini non sono abbastanza maturi per gestire i propri
soldi, forse è il caso di interrogarsi su quale idea di Stato e di rapporto con
i cittadini stiamo costruendo. O, meglio, demolendo.
Leggi anche su FLP; SIM Carabinieri
Fusse ca fusse a vorta bbona!!!
RispondiEliminaUn grazie al comitato e ai responsabili, che con tenacia e costanza stanno affrontando una così importante battaglia legale contro uno stato che nega i diritti dei suoi dipendenti. Speriamo che si risolva una volta per tutte questa delicata situazione.
RispondiEliminaBuonuscita Poste Italiane: venticinque anni di ingiustizia e silenzio
RispondiEliminaChi ha lavorato per Poste Italiane prima del 1998 ha garantito un servizio pubblico vitale, spesso sacrificando tempo, energie e vita privata. Eppure, quando la società è stata privatizzata, la loro buonuscita è stata congelata. Niente rivalutazioni, niente adeguamenti all’inflazione: il valore del loro diritto è rimasto fermo al 1998.
Oggi, venticinque anni dopo, questo significa che chi ha costruito Poste vede il proprio lavoro svalutato, mentre chi è entrato dopo gode di un TFR che cresce ogni anno. È un confronto che brucia: chi ha servito lo Stato a lungo, con dedizione, perde rispetto e soldi, mentre i nuovi assunti guadagnano di più, semplicemente perché la legge lo ha deciso.
Questa non è giustizia. È un insulto al merito, alla storia e alla dignità dei lavoratori. Congelare la buonuscita significa dire a chi ha garantito il servizio postale: “Il tuo contributo vale meno di quello delle altre privatizzate”.
Non sono giusti i soprusi legislativi. Discrepanze tra vecchi e nuovi lavoratori.
Un lavoratore andato in pensione nel 1997 con una buonuscita di 50 milioni di lire oggi percepirebbe un importo che, al valore reale, si aggira poco sopra i 25.000 euro.
Se quell’importo fosse stato rivalutato come un normale TFR privato, considerando inflazione e rivalutazioni annuali, oggi varrebbe tra i 60.000 e i 70.000 euro.
È ora che la buonuscita pre-1998 venga rivalutata: non come favore, ma come atto di giustizia, di rispetto e di riconoscimento per chi ha costruito la storia di Poste Italiane.
Condivido tutto ciò detto, ma chi farà qualcosa x questa rivalutazione che x noi ante 1998 è stata una vera fregatura ricevuta dallo stato e dai sindacati?, anche noi dobbiamo rimuoverci come comunque abbiamo fatto già in precedenza inviando varie raccomandate ma senza risultato , ma a cosa servono i sindacati se non per queste problematiche , mi sento presa in giro prima da chi deve tutelare i lavoratori e poi da tutto il resto!!!
EliminaBravo Giuseppe che ci tieni aggiornato dell'andamento di questa vergogna tutta ITALIANA
RispondiEliminaSperiamo 🙏 ok
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