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venerdì 6 marzo 2026

Corte Costituzionale: Garantire il pagamento tempestivo del TFS

La Corte Costituzionale interviene nuovamente sul differimento nell'erogazione del TFS dei Pubblici dipendenti. Con la pronuncia n. 25 del 5 marzo 2026, la Corte Costituzionale  ha sollevato un’importante questione riguardante il Trattamento di Fine Servizio (TFS) per i dipendenti pubblici. La Corte ha evidenziato la necessità di rimuovere gradualmente il differimento e la rateizzazione del TFS, sottolineando che tali pratiche violano l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce il diritto a una retribuzione proporzionata e tempestiva. Si evidanzia l’urgenza di un intervento legislativo per garantire il pagamento tempestivo del TFSHa quindi concesso un termine di un anno al legislatore per programmare la rimozione definitiva di queste misure, fissando la scadenza al 14 gennaio 2027.
Questa pronuncia riguarda anche i Postali ancora attivi anch'essi assimilati ai dipendenti della Pubblica Amministrazione perché la norma applicata fa decorrere i tempi di erogazione della Buonuscita-TFS come per i dipendenti della P.A.

Inoltre potrebbe essere un punto a cui riferirsi nell'evidenziare come il nostro TFS (Buonuscita) - importo maturato il 28/02/1998  sia erogato a distanza di anni senza alcuna forma di rivalutazione e interessi. 

(Leggi)


 

lunedì 23 febbraio 2026

La Corte Costituzionale si pronuncerà su TFS (Buonuscita)

L'incredibile vicenda della mancata rivalutazione del TFS (Buonuscita) interessa anche i Postali.

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Il punto della situazione relativamente ai Pubblici dipendenti. 
Dalle dimissioni decorre un periodo più o meno lungo - differimento fino a 7 anni - prima della liquidazione del dovuto e questa erogazione avviene senza rivalutazione ed interessi.
I Postali sono stati Pubblici dipendenti fino al 28/02/1998. Il TFS (Buonuscita) maturato a quella data viene liquidato secondo la tempistica  prevista per i Pubblici dipendenti, ma i tempi di decorrenza vengono calcolati a partire dalla cessazione del rapporto di lavoro con Poste Spa. Un'anomalia che ad oggi ha più che dimezzato il potere d'acquisto e riceverà come importo la stessa cifra dal 28/02/1998, senza rivalutazioni ed interessi. 
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LA SURREALE TESI L’istituto di previdenza ha spiegato davanti alla Consulta che il Tfs non va pagato in un’unica soluzione: così i pensionati spenderebbero troppo e male i propri soldi 

»Marco Carlomagno* Segretario generale della Flp

Lunedì 23 Febbraio 2026 - p. 12

Martedì scorso, nell’aula della Corte Costituzionale, è andato in scena uno spettacolo a tratti surreale. Oggetto del contendere: il differimento fino a 7 anni e la rateizzazione in tre tranche del Tfs, il Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici. La disciplina vigente, fondata sul Dl n.79/1997 (differimento) e sul Dl n.78/2010 (rateizzazione), prevede che chi va in pensione nel pubblico impiego possa attendere fino a 7 anni per ricevere quanto gli spetta e per di più in più rate annuali, senza interessi né rivalutazione. Una pratica che diversi Tar – da Marche a Lazio, passando per il Friuli-Venezia Giulia – hanno ritenuto sospetta di incostituzionalità, tanto da rimettere la questione alla Consulta, per violazione degli articoli 36 e 117 della Costituzione e dell’articolo 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Consulta aveva già affrontato la materia con le sentenze n. 159 del 2019 e n.130 del 2023. In entrambi i casi i giudici costituzionali avevano definito il differimento come una misura non più giustificabile, anche per la disparità tra settore pubblico e privato. La Corte aveva evitato di dichiarare l’incostituzionalità per non creare un vuoto normativo, lanciando un monito al legislatore affinché intervenisse con urgenza.

FIN QUI, CRONACA ordinaria di una battaglia che si trascina da anni, nonostante due sentenze della stessa Corte abbiano già bacchettato il legislatore per questa anomalia tutta italiana. Ma quello che è emerso dall’udienza pubblica del 10 febbraio ha dell’incredibile. Gli avvocati dell’Inps, nel tentativo di difendere lo status quo, hanno avanzato un argomento che farebbe sorridere se non fosse tragico: eliminare differimento e rateizzazione significherebbe consegnare “cifre enormi” ai neo pensionati in un’unica soluzione, spingendoli a spendere di più e a non gestire correttamente la propria liquidazione. A sostegno di questa tesi, hanno citato studi di economia comportamentale e psicologia finanziaria che evidenzierebbero “l’irrazionalità umana nelle scelte di spesa” quando si ricevono grosse somme tutte insieme. Traducendo dal burocratese: secondo l’Inps, i lavoratori pubblici che hanno dedicato una vita al servizio dello Stato sarebbero fondamentalmente degli sprovveduti, incapaci di amministrare i propri risparmi. Meglio che lo Stato faccia da tutore, trattenendo per anni quello che è un loro sacrosanto diritto. Una posizione paternalistica che offende l’intelligenza e la dignità delle persone. Ma c’è di più. I legali dell’Istituto previdenziale hanno agitato lo spettro dei costi insostenibili: 4,2 miliardi se si eliminasse il differimento della prima rata, 11,6 miliardi senza la rateizzazione, fino ad arrivare a 15,6 se si cancellassero entrambi i meccanismi. Numeri che, come ha fatto notare la difesa dei ricorrenti, stonano parecchio con i calcoli della Ragioneria generale dello Stato, secondo i quali la riduzione di soli tre mesi della prima rata introdotta dall’ultima manovra costerà 22 milioni in tre mesi, quindi 88 milioni annui. Una differenza che solleva più di un dubbio sulla serietà delle proiezioni Inps.

COME SE NON BASTASSE, la difesa dell’Istituto ha prospettato soluzioni alternative che sanno tanto di presa in giro: dare tempo al legislatore per intervenire, una pronuncia della Corte che si limiti a dettare principi generali, oppure disporre il pagamento di interessi e rivalutazione solo dopo la prima rata, rinviando comunque la decisione finale. Percorsi che ai diretti interessati appaiono del tutto impraticabili e che sembrano più che altro tattiche dilatorie. La giudice relatrice Maria Rosaria San Giorgio ha riassunto con precisione i termini della questione: i Tar contestano il differimento e la rateizzazione del Tfs quando non sono accompagnati dalla rivalutazione delle somme via via erogate al dipendente cessato dal servizio. Un’istanza di buonsenso, verrebbe da dire. Se mi costringi ad aspettare anni per avere i miei soldi, almeno proteggine il valore dall’inflazione. La videoregistrazione dell’udienza, disponibile sul sito della Consulta, vale la visione. Non capita spesso di assistere a difese così platealmente deboli di fronte alla massima istanza giudiziaria del Paese. E non capita spesso che un ente pubblico si presenti con argomenti che, francamente, imbarazzano chi rappresenta. Ora la palla passa ai giudici costituzionali. Entro 15 giorni dovrebbe arrivare la sentenza. L’auspicio – e la speranza – è che la Corte metta fine a questa che molti non esitano a definire una “vergogna”. Che si affermi, una volta per tutte, un principio elementare: chi ha lavorato ha diritto a ricevere quanto gli spetta, quando gli spetta, senza paternalismi e senza mendicare ciò che già gli appartiene. Quando un’istituzione pubblica di questo calibro arriva a sostenere che i cittadini non sono abbastanza maturi per gestire i propri soldi, forse è il caso di interrogarsi su quale idea di Stato e di rapporto con i cittadini stiamo costruendo. O, meglio, demolendo.

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